LE NOTIZIE RIPORTATE SONO TRATTE DAL LIBRO:

“Le confraternite religiose e la chiesa del Rosario di Gagliano, icona confraternale – da Santa Caterina d’Alessandria alla confraternita del SS. Rosario – due millenni di storia confraternale.”  di Antonio Caroleo, edito dalla Casa Editrice  Calabria Letteraria, - Soveria Mannelli, di prossima uscita.   

La solenne festa in onore della Madonna del SS. Rosario

       Al pari d’altre comunità cristiane, quella del casale di Gagliano e della fratellanza dei rosarianti, suole attribuire alle processioni alto significato devozionali e formativo, giacché, attraverso queste, esteriorizza il sentimento religioso diffondendolo tra le genti. L’uso di questi cerimoniali affonda le radici in tempi assai remoti, quando in pratica le cerimonie si espletavano con regole legate a reminiscenze pagane. Non desti meraviglia se ancora oggi si svolgono secondo un rituale che a volte sconfina nel mondano.

Per fare alcuni esempi, possiamo affermare che permangono ancora retaggi pagani come avviene nella pratica della vestizione della statua della Madonna, [1] abbondantemente fregiata da monili d’oro e ricoperta di denaro e oggetti votivi, nell’usanza di aprire i solenni festeggiamenti con la cerimonia dell’alza bandiera, eseguita ogni anno sul promontorio di Mandarano [2] o, ancora, nell’usanza di lanciare in cielo una sorta di aquilone illuminato. [3]

Omissis….

In generale alcune di loro hanno influenzato notevolmente le funzioni liturgiche cristiane, in particolare quelle celebrate dai confratelli del Rosario, a loro volta attinte da quelle eseguite dalla più antica confraternita di santa Caterina e, perché no, forse anche da quelle compiute dai componenti del collegio di Augustali presenti nella romana Gallianus.

Omissis….

Oggi possiamo affermare che poco o nulla è mutato. Con l’approssimarsi della ricorrenza grande è il fervore e l’entusiasmo che anima ogni devoto confratello. I preparativi iniziano molto prima allorquando il priore, convocata la cattedra e l’assemblea, fissa gli argomenti all’ordine del giorno tra cui l’organizzazione della festa in onore della Vergine.

Apprendiamo dai verbali custoditi nell’archivio della confraternita che: “…..convocata la congrega al solito tono delle campane, e riuniti i confratelli a seconda delle regole della stessa, dietro le solite prieghe per essere la medesima nel numero in esse prescritte, si è in primo luogo proceduto alla nomina dei fratelli da incaricare per l’imminente festa della B. Vergine, che avrà luogo nella 1^ domenica di ottobre; quindi ad unanimità di voti sono risultati per deputati di tale festività i seguenti fratelli: 1) Potente Raffaele di Saverio; 2) Davoli Salvatore fu Vincenzo; 3) Pullano Giacinto fu Giuseppe; 4) Potente Gabriele fu Rosario, i quali essendo presenti hanno assunto l’incarico….” [4]; e ancora “…..5° In pari tempo si è passato alla nomina dei procuratori della ventura festività della B.V. del SS. Rosario nel numero di quattro, cioè Giuseppe Ferri, Antonio Mazza, Antonio Zinzi e Salvatore Paone ed anno tutti accettato.[5]  

Omissis..

La festa del Rosario iniziava con l’alza bandiera, un rito che si compiva allo scoccare di mezzogiorno del sabato antecedente la settimana del novenario, i confratelli vestiti di tutto punto, con saio bianco, mozzetta nera e medaglione sul petto, si disponevano dietro il gonfalone seguito dalla bandiera italiana e dalla banda musicale; insieme, cantavano e intonavano melodie in onore della Vergine, percorrevano la polverosa strada che dalla chiesa conduceva alla timpa e Mandaranu dove veniva issata la bandiera tricolore. Questo gesto simbolico, rimarcato dal suono delle campane e dallo scoppio di mortaretti, dava inizio ai solenni festeggiamenti.

 Le cerimonie in passato si svolgevano di giorno, anche perché le strade erano prive d’illuminazione, oggi, al contrario, iniziano nel primo pomeriggio di sabato. Anche i modi d’esecuzione sono mutati; per esempio al posto della banda musicale dovevano esserci strumenti diversi (troccole, tamburi, tabella, raganella ecc) [6] che accompagnavano canti ed inni, molti dei quali dimenticati e solo pochi giunti fino a noi, tramandati oralmente dalla memoria dei fedeli.

Al padre Spirituale,[7]  che collaborava nella stesura del programma religioso, si affiancava un padre Predicatore, scelto tra i padri domenicani provenienti da conventi e monasteri distanti o, in mancanza, da un predicatore appartenente ad altro ordine. Il ruolo del Padre predicatore era ed è importantissimo per la buona riuscita della solenne festività, ad egli spetta il compito di tessere gli onori e le lodi a Maria, di scegliere appropriati passi del Vangelo e istruire, durante la novena, confratelli e i fedeli tutti.

Un tempo si accendevano vivaci dispute per stabilire a chi assegnare l’onore di ospitare il predicatore; solo dopo estenuanti gare di solidarietà, molto saggiamente, si decideva di alloggiarlo a turno nelle case dei confratelli, rispettando ruoli e cariche. La ragione di queste dispute è ben comprensibile; la sapienza del predicatore è tale da permettere, a chi spettava il privilegio di ospitarlo, di apprendere dalle sue labbra innumerevoli e gratificanti passi dei Vangeli, nonché le beate eloquenti virtù di Maria.

Omissis..

La chiesa, prima dell’inizio della novena, era addobbata con paramenti di stoffe pregiate, realizzati con perizia e arte raffinata. Questo compito era affidato ai cosiddetti        paraturi, il più delle volte provenienti da casali e paesi vicini, in ogni caso maestri nell’arte d’abbellimento degli altari e delle chiese. Anche la nostra comunità vantava i suoi maestri paraturi pur essi dotati di gran perizia e capacità artistica nell’esecuzione di scenografie sacre, eseguite in entrambe le chiese del paese e rimaste famose.[8] Purtroppo, a malincuore, dobbiamo costatare che oggi nessuno si dedica più a quest’attività difficile e rischiosa che, come alte, è andata irrimediabilmente perduta e con essa la tradizione e l’usanza di decorare la chiesa con maestose scenografie. Rimangono, tuttavia, a futura memoria, alcune foto che ritraggono gli abbellimenti della chiesa e drappi di damasco e raso, oggi conservati con cura, dato il valore tradizionale e culturale, inestimabile.

 Entrati in chiesa si rimaneva col fiato sospeso, tanta era la bellezza e l’armonia dei paramenti.  Drappi di seta e raso finemente ricamati in oro e dai colori variopinti, scendevano lungo le colonne della navata centrale mentre l’altare principale e la cappella della Vergine del Rosario, esplodevano in un tripudio di fiori profumatissimi. Tutta la chiesa abbondantemente illuminata, nonostante i rudimentali mezzi d’illuminazione del tempo (fiaccole, lampade, ceri), mostrava i suoi incantevoli tesori e lo sguardo del visitatore, rapito da tanta bellezza, si posava inevitabilmente sulla solennità del tabernacolo e sullo splendore della statua della Madonna, ornata da una nuvola di profumati boccioli di rosa. Oggi nonostante il mutato vivere quotidiano, scandito da mille impegni, i confratelli si prodigano ugualmente ad abbellire la chiesa con fiori, luci e offerte di doni preziosi, riservando la massima cura all’altare principale e alla statua della Vergine del Rosario.

 Durante le funzioni religiose, allora come oggi, si eseguivano canti liturgici e l’immancabile inno alla Vergine del Ss. Rosario. In passato,

 Omissis

Non a caso esisteva un vero e proprio Ufficio, per l’appunto quello dei canti, formato da persone di differente età, sesso e ceto sociale  cui era riservato un apposito spazio e dei banchi che ancora oggi si conservano in chiesa, sullo schienale di uno di questi, ancora oggi è possibile leggere la scritta: “banco riservato ai componenti del canto”.

Omissis…

Accanto a coloro che si occupavano dei canti e dell’abbellimento della chiesa, v’era chi si prodigava a preparare la statua della Madonna, per l’occasione vestita con l’abito della festa. Questa, prelevata dalla sua cappella, era riposta su di un baldacchino collocato a lato dell’altare e finemente guarnito con fiori e tessuti preziosi.

Per un’intera settimana si compiva il novenario di preghiera con celebrazioni eucaristiche, liturgia e recita incessante del rosario. Il momento più coinvolgente ed emotivo era rappresentato dalla pronuncia dell’omelia del padre predicatore, i fedeli, rapiti da così vibranti parole restavano estasiati in contemplazione. Copiose offerte di doni giungevano durante la settimana; chi portava fiori, chi l’olio votivo, chi oggetti preziosi per abbellire il manto della Vergine chi, infine, volontariamente si prenotava alle Stanghe [9]  per condurre la statua a spalla lungo le vie del paese. La chiesa diventava meta di pellegrinaggio a cui nessuno si sottraeva, così venerata la Vergine rimaneva in chiesa per tutto il periodo della novena fino a quando nella notte tra il venerdì e il sabato, con tutti gli onori e una sentita processione, veniva accompagnata nella chiesa parrocchiale dove, ad attenderla, il parroco, il priore della confraternita del ss. Sacramento e quella del Monte Carmelo. Qui rimaneva fino a domenica, giorno stabilito per la solenne processione.

Omissis…

Un tempo, la statua piuttosto pesante, era condotta a spalla da un gruppo di confratelli tra i più robusti e aitanti che si prenotavano alla c.d. stanghe e  conducevano  il simulacro in ogni dove, senza stancare.

Fino a qualche decennio fa, secondo un consolidato rituale, la processione prendeva l’avvio immediatamente dopo la santa Messa; usciva in ordine: la croce portata dai chierichetti; i bambini e le donne oranti disposti su due file parallele; il vessillo della confraternita portato con fierezza dal Gonfaloniere e circondato da un gran numero di confratelli vestiti di tutto punto; il prete e il padre spirituale con i membri della cattedra priorale al completo; la statua della Madonna, condotta a spalla e picchettata dai carabinieri in alta uniforme; la banda musicale  e per finire una gran folla di fedeli. 

 Il percorso era lungo, faticoso ed estenuante, specie per i portatori sorretti solo da una gran devozione. Lungo le strade si recitava il Rosario e s’innalzavano inni e canti di lode. A tappe prestabilite, brevi soste alleggerivano le fatiche di musicanti e portatori  che potevano rifocillarsi e dissetarsi davanti a tavole imbandite, preparate con devozione dai fratelli rosarianti. La processione avanzava a singhiozzo,

Omissis

 A memoria d’alcuni anziani confratelli, la processione dopo aver percorso le irte vie do Timpuna, da Vardara, do Pumareddhu, e Gutteddhi, [10] si avviava lungo la via principale (Passareddhu) sostando davanti al cimitero, dove la folla intonava canti e preghiere per i defunti (oggi il primo trombettiere della banda musicale intona le note del silenzio). Da qui, la processione riprendeva il percorso e giungeva alla chiesetta di Materdomini, aperta e pronta ad accogliere con canti e lodi la statua della Beata Vergine, nel frattempo fuori il solito banchetto alleviava le fatiche di musicanti e portatori. Da qui si riprendeva la strada verso la chiesetta di Sant’Antonio e, compiuto lo stesso cerimoniale, avanza per Cavita dove, ad attendere la statua v’erano alcune famiglie di fedeli, in particolare quella dei  Petrei , iscritti alla confraternita. 

Omissis….

 Finalmente, ultimato il percorso d’andata, si riprendeva la via del ritorno e, sul finire del giorno, la processione giungeva nella chiesa del Rosario.

E’ difficile descrivere ciò che accadeva nell’istante in cui la statua della Beata Vergine varcava la soglia della porta principale della chiesa; il frastuono era tale che, tra le grida di gioia dei bambini, gli evviva dei confratelli, la musica della fanfara, i canti di lode, il suono incessante delle campane, per riportare il doveroso raccoglimento il prete e il padre predicatore impiegavano tutte le forze residue e, a volte, non bastava neppure alzare la voce. La chiesa vibrava all’unisono tributando alla Madre di Dio un trepidante saluto.

 

Terminate le funzioni religiose e la solenne processione, i confratelli, la cattedra priorale i procuratori e deputati procedevano, in pubblico, al conteggio delle offerte raccolte, redigendo apposito verbale, non senza aver sorseggiato il tradizionale liquore d’anice che alcuni versavano nel caffè. Con le somme raccolte si pagavano tutte le spese,[11]  mentre il supero era consegnato al cassiere che, dopo averne preso nota su apposito registro, lo impiegava per finalità caritatevoli, per lavori di restauro della chiesa o per aumentarne il patrimonio della confraternita.

Le regole di svolgimento della processione e tutte le tradizioni ad esse legate, hanno retto per secoli all’incedere costante del tempo finché l’avanzare della modernità ha introdotto l’uso del camion, un mezzo meccanico impiegato per condurre senza fatica la statua della Madonna nei posti più distanti (Materdomini, Sant’Antonio, Cavita). I portatori a spalla giunti nei pressi dell’antico calvario, [12] con una manovra alquanto elaborata, caricavano la statua sul camion, per l’occorrenza addobbato di fiori, mentre la folla di fedeli riprendeva il percorso seguendo l’incedere lento del mezzo. Sullo stesso salivano il predicatore, il padre spirituale, il priore, la cattedra priorale, il gonfaloniere con il vessillo e i bambini, i quali a gara tentavano di trovare spazio sul mezzo. Pare di vederli ancora,

 

 

 gioiosi, festanti, abbarbicarsi sulle sponde del camion, scalciando con vigore, protendendo le piccole mani verso la Madonna , affinché consentisse loro di tenerli accanto per tutto il percorso.

Omissis…

Ben presto lo sviluppo dell’edilizia nei quartieri di Materdomini e Sant’Antonio e il conseguente incremento della popolazione, proveniente dai centri dell’interland catanzarese, ha prodotto l’istituzione di due nuove parrocchie, quella di Materdomini e quella di Sant’Antonio. Conseguentemente il territorio della parrocchia Maria Assunta fu ridotto e il percorso adeguato ai nuovi confini; per questa ragione l’uso del camion divenne inutile. Con la limitazione del percorso e l’introduzione del carrello [13]  anche i portatori andarono in pensione salvo casi particolari in cui, per ex-voto, alcuni ardiscono ancora di portare la statua a spalla.

Oggi la processione, superato il cimitero di Gagliano, imbocca la strada che da Via Orti ritorna in paese e quindi in chiesa. Registriamo, nostro malgrado, ma sicuramente opportuna la raccomandazione delle Autorità ecclesiastiche a limitare ulteriormente il percorso, contenendolo ad una durata non superiore alle due ore.

Omissis.. 

   La festa della Madonna del Rosario cade in un periodo dell’anno in cui la popolazione vive intenta a preparare le conserve alimentari, necessarie per affrontare l’inverno. Si avvicina il tempo della vendemmia, della macellazione e conserva del maiale, della raccolta delle noci e delle olive; occorre preparare i terreni per la semina. Ciononostante, giunto il giorno della festa, messi in disparte mestieri e affanni quotidiani le donne si dedicano alla preparazione di gustosi banchetti e tipiche pietanze da servire a tavola con abbondante vino novello.

Fin dalle prime ore dell’alba dalle case dei rosarianti, e non solo, si diffondono per tutto il casale inebrianti e odorosi profumi di manicaretti: a pasta chjina, i scilateddhji, i cuddhureddhji, a gaddhjina chjina, i supressati, i capeccoddha, i vrascioli.

In questo giorno di gaudio anche i vestiti sono preparati con cura. Tutti, bambini, donne e uomini, si mutano  [14] e indossano il vestito più bello, quello riservato alle occasioni importanti.

 Questo è un giorno da ricordare e onorare, perciò anche le famiglie più povere possono gustare il piacere di un abbondante pranzo, magari offerto dai confratelli della congrega, i quali assolvono, in tal modo e di buon grado, i compiti di carità cristiana. Essi si domandano: quale offerta più grande, quale tributo più nobile, quale dono più gradito alla Vergine del Rosario se non un atto di carità verso il fratello più povero e più amato dal Suo adorato Figlio? In che modo fare cosa gradita alla Vergine del Rosario? E prontamente rispondono: operando carità e diffondendo amore nel giorno della sua festa. Cosi che, questa diventa occasione di riscatto, di rinnovamento; il confratello indossato l’abito cerimoniale rinnova il suo impegno e attaccamento alla Vergine e al Figlio e, con spirito di servizio, offre ai fratelli bisognosi opere di misericordia sentendosi, almeno per questo lieto giorno, un corpo solo, un’anima sola, in altre parole, praticando la comunione fraterna e realizzando la ragione stessa dell’esistenza del pio sodalizio.

 

 

INNO ALLA VERGINE DEL SANTO ROSARIO

 

O Maria rosa divina                                                  Ormai dunque peccatori

si splendor del Paradiso                                              tempo ormai che vi salvate

tutto il mondo a te s’inchina                                      e lasciate ogni follia

o Maria rosa divina                                                    del rosario alma Maria

 Evviva la rosa, la rosa evviva                                    Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                       Evviva la rosa, e chi la creò

O Maria rosa celeste                                                   Tu con gli angeli del cielo

canta ognuno le lodi oneste                                        il rosario vai cantando, e

dico pure ogni alma pia                                              dei santi in compagnia

del rosario alma Maria                                               del rosario alma Maria

Evviva la rosa, la rosa evviva                                    Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                       Evviva la rosa, e chi la creò

O Maria rosa soave                                                    Ecco aperti i tuoi tesori

per virtù del tuo rosario                                              delle grazie e dei favori

fu lasciata ogni eresia                                     che dal cielo oggi sei via

del rosario alma Maria                                               del rosario alma Maria

Evviva la rosa, la rosa evviva                                    Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                       Evviva la rosa, e chi la creò

 Invochiamo gli angeli e i santi                                    Fosti dunque assunta in cielo

a cantare tutti quanti                                                 alla destra del Signore

con i santi in compagnia                                             di Gesù sei madre pia

del rosario alma Maria                                               del rosario alma Maria

Evviva la rosa, la rosa evviva                                    Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                       Evviva la rosa, e chi la creò

Andiamo tutti fanciulloni                                            E poi fosti incoronata

a catare le sue divine                                                 dalla Santa Trinità

lodi, canti e melodie                                                   e del cielo sei scala pia

del rosario alma Maria                                              del rosario alma Maria

Evviva la rosa, la rosa evviva                                  Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                      Evviva la rosa, e chi la creò

Gabriele angelo santo                                     Tanto son le tue bellezze

fu mandato dal Signore                                              che risplendono nel cielo

a salutare la madre pia                                               e le stelle in compagnia

del rosario alma Maria                                               del rosario alma Maria

Evviva la rosa, la rosa evviva                                    Evviva la rosa, la rosa evviva

Evviva la rosa e chi la creò                                       Evviva la rosa, e chi la creò

 

 



[1] La statua della Madonna, cosi come raffigurata, presenta simboli pagani quale la mezza luna posta ai suoi piedi che ricorda la stessa mezza luna tenuta sulla testa di Diana, dea mitologica, forse non a caso figlia di Zeus padre dell’Olimpo, vergine per eccellenza, simbolo di castità e dunque protettrice delle giovani fanciulle prima di prendere marito.

[2] L. DE SIENA, Catanzaro e Temesa, op. cit. pag.144.

[3] I confratelli anziani descrivono l’oggetto più che come aquilone, come pallone gigante realizzato con una sottilissima carta. Nella parte sottostante era collocata una ruota legata al pallone per mezzo di funi. La ruota era composta da erba secca, intrecciate e imbevute d’olio che bruciando, riscaldava l’aria e consentiva al pallone di sollevarsi e illuminare la zona sottostante.

[4] Libro dei verbali, anno 1800, verbale n° 1 del 15 agosto 1867; Verbale pubblicato in appendice.

[5] Libro dei verbali, anno 1800, verbale n° 17 del 5 luglio 1896; verbale pubblicato in appendice.

[6] Curioso e interessante un articolo apparso sul mensile Calabria, relativo ad antichi strumenti. Rivista di notizie e commenti della Calabria, mese di marzo 2004, pag. 59.

[7] Solitamente tra la terna di ecclesiastici scelti dalla confraternita, cui affidare  il ruolo del padre spirituale, compare anche quello del parroco della parrocchia a cui solitamente l’Ordinario diocesano affida l’incarico. Tuttavia a volte tale importante compito, è assolto da religiosi iscritti alla confraternita.

[8] Tra i maestri paraturi che hanno operato e vissuto nel paese, tra la fine del XIX e l’inizio XX secolo, ricordiamo Domenico Negro, Giuseppe Negro e Vitaliano Lo Prete. Tale era la maestria di questi che erano chiamati, con frequenza, ad abbellire le chiese d’altri paesi. Un giorno mentre Vitaliano Lo Prete stava realizzando i paramenti della chiesa di Pontegrande (CZ), cadde dalla volta dell’altare maggiore e a causa delle ferite riportate morì pochi giorni dopo.

[9] Le stanghe sono le aste poste alla base della statua, consentono ai portatori di condurre la Beata Vergine a spalle, per le vie del paese. Un tempo questo compito era affidato ai confratelli più robusti i quali dedicavano le fatiche alla Vergine Santa.

[10] Timpone,  Vardara, Pomarello, Passarello, Gottelli: più che di vie, trattasi di veri e propri rioni così chiamati dalla tradizione popolare o dal nome di facoltose famiglie di patrizi e honorati.

[11] E’ stato possibile rilevare le spese che erano sostenute durante le processioni e i festeggiamenti in onore della Vergine Santa, tra queste vi sono quelle per le luci, i fiori, la cera, i paramenti, la banda musicale, le offerte al prete e al padre predicatore, i contributi dovuti alla diocesi, l’acquisto d’oggetti sacri, le spese di pulizia della chiesa ecc. ecc.

[12]  Ogni paese è dotato di un Calvario, quello di Gagliano si trova al suo ingresso. Quando fu costruita la strada per la stazione ferroviaria, ossia l’attuale Via Orti, fu costruito, privatamente, un secondo Calvario.

[13] Il carrello è una struttura di ferro provvista di ruote gommate, sul quale è riposta la statua della Vergine, spinto a mano per le vie del paese.

[14] Termine adoperato per indicare l’uso del vestito più bello, quell’appunto riservato per il giorno di festa.